I RUOLI E LE MASCHERE

I RUOLI E LE MASCHERE. Quanto rapportarci con gli altri della società in cui viviamo influenza il nostro modo di essere?

Questo è un estratto di una serata svolta all’interno della rassegna “LETTERATURA E PSICHE” nella quale insieme alla collega Giulia Disegna (http://giuliadisegnapsicologa.wordpress.com) abbiamo approfondito il tema dell’adattamento dell’individuo nei rapporti sociali attraverso l’analisi di Casa di Bambola di Henrick Ibsen.

Cosa sono le maschere e i ruoli?
La maschera come un diaframma tra il volto e la realtà, nei suoi diversi usi e funzioni rappresenta una modalità ancestrale e primaria per esprimersi, per porsi nei confronti dell’altro.
Qualunque sia la funzione della maschera essa trova la sua ragione di esistere nel rapporto con gli altri, nell’apparire, nell’essere in un certo modo agli occhi degli altri.
La maschera è quindi quell’ oggetto concreto che in alcuni momenti specifici, socialmente riconosciuti possiamo indossare per manifestare declinazioni particolari della nostra personalità e celarne altre.
Ma come indica l’etimo di persona, non a caso il termine persona deriva dal latino persona che significa proprio maschera teatrale, la maschera risiede dentro la costruzione degli individui. Essere una persona significa essenzialmente essere anche una maschera perché viviamo in un mondo di relazioni perché viviamo con e attraverso gli altri.

La maschera quindi in senso stretto e in senso psicologico può essere vista come uno strumento per di volta in volta mostrare o nascondere agli altri aspetti della personalità specifici.
Il ruolo è la declinazione sociale della maschera, è il modo in cui l’uomo si pone dal punto di vista degli interessi degli altri e non dei suoi.
Il ruolo considera l’individuo nel suo porsi in relazione alla società, come parte da apprendere o come modello da imitare.
Il ruolo è uno schema definito di comportamenti e attitudini identificabile e attribuibile ad uno specifico modello di comportamento sociale.
Attraverso la nostra assunzione di un ruolo prendono forma quelli che Freud ha chiamato atti psichici sociali che hanno come fine il soddisfacimento degli altri che sono oggetto di investimento per noi. Cosa vuol dire? che Freud riteneva che alcuni nostri sforzi sono direzionati a soddisfare noi stessi non in via diretta ma noi stessi attraverso il soddisfacimento degli altri che per noi sono importanti.
Da dove nascono e perché le maschere e i ruoli sono così presenti nelle nostre vite? Che importanza ricoprono?
Diciamo subito che abbiamo appena visto come i ruoli e le maschere siano il modo in cui entriamo in relazione con gli altri.
Pensate che persino la fisica quantistica oggi riconosce l’esistenza delle particelle subatomiche solo in relazione tra loro, figuriamoci che cosa si può pensare per l’uomo. L’uomo è in relazione, nasce in relazione. Quindi il modo con il quale la mia realtà interna trova il modo di incontrarsi con la realtà esterna sicuramente ha un’importanza fondamentale.
Come nascono i ruoli?
Partiamo da Freud lui stesso riconosce studia, osserva e descrive lo sviluppo della personalità come qualcosa che si struttura principalmente attraverso il rapporto con gli altri significativi.
Nel testo del 1922 L’Io e L’Es, Freud e teorizza che il neonato sia portato all’istintivo soddisfacimento dei suoi bisogni attraverso il rapporto con l’ambiente, l’altro quindi è presente fin da subito nella vita del neonato. Il neonato si renderà progressivamente conto che la ricerca di piacere deve fare i conti con la realtà. Da qui quelli che Freud e teorizza come principio di piacere che viene sostituito nella maturazione dal principio di realtà.
Pensiamo dunque al neonato: fin dal primo istante della nostra vita è in relazione. Perché? Perché è dipendente per la sua stessa sopravvivenza dalla presenza dell’altro.
Stolorow e Atwood in un bellissimo testo che si intitola “I contesti dell’essere” parlano del mito della mente isolata e demoliscono proprio la concezione che la mente dell’uomo possa esistere separata dal mondo esterno e dei legami.
Attraverso una disamina delle teorie dei diversi attori psicanalitici partendo proprio da Freud stesso e poi scorrendo gli psicanalisti e gli psicologi dell’io rilevano come in tutte le concezioni ci sia una mente che si forma attraverso l’auto equilibrio tra dentro e fuori. E che, come traguardo finale dello sviluppo, ha una mente isolata dal mondo esterno.
Questi autori ci raccontano di una psicoanalisi interpersonale che ha come oggetto di studio non l’individuo che vive conflitti tra i suoi desideri e la realtà esterna ma come oggetto di studio un campo di individui all’interno del quale l’individuo nasce e lotta per stabilire legami ed esprimersi
La relazione tra il bambino e l’adulto che se ne prende cura assume fin da subito uno schema comunicativo attraverso numerose modalità. Vediamone alcune:
nell’interazione gli adulti mettono in atto azioni ripetitive quindi diventano prevedibili per il bambino.
l’adulto spesso imita il bambino e fornisce in questo modo una sorta di codice di comunicazione che favorisce la comunicazione reciproca.
l’adulto si comporta con il bambino fin da subito come se stesse cercando di comunicare qualcosa
–         L’adulto riempie di significato i comportamenti e le azioni del bambino
– L’adulto poi organizza l’ambiente del bambino perché possa diventare efficace nel comunicare e nel rispondere agli stimoli

Quindi attraverso la ripetitività dei gesti e delle sequenze, l’attribuzione di intenzioni sociali e la strutturazione dell’interazione dello spazio, entrambi gli attori dell’interazione iniziano da subito sviluppare aspettative reciproche.
Le aspettative del bambino vengono descritte da Emiliani e Carugati in due categorie:
le aspettative strutturali (evitamento dello sguardo, pianto e confort, routine di gioco – ovvero predisposizioni innate che facilitano l’avvenire di schemi interattivi e di aspettativa reciproca) e le aspettative di contenuto: ovvero il bambino comincia a prevedere e discriminare chi si comporterà come.

Questa è la rudimentale formazione delle aspettative di ruolo, ovvero il bambino inizia a categorizzare le persone intorno a lui in base inizialmente al sesso e all’età
Quindi già nel corso del primo anno di vita il bambino si trova progressivamente inserito all’interno di un complesso di interazioni sociali che fin da subito si fondano su reciproche aspettative; quindi, mentre il bambino sviluppa aspettative sul suo ambiente e impara anche a rispondere all’ambiente come l’ambiente si aspetta da lui.
Impara quella che viene definita consapevolezza di sé ovvero la consapevolezza di esistere separatamente dall’altro ed in relazione adesso.

Qui iniziano a sentirsi nel bambino quei vocaboli come MIO ME IO e anche il NO.
Ogni genitore qui alla netta sensazione che nel bambino si stiano delineando la distinzione tra ciò che sono io e ciò che sono gli altri, tra ciò che voglio io e ciò che vogliono gli altri. Nasce l’identità.
Trattare come poi si sviluppi l’identità individuale sarà un interessante tema per un altro articolo, però mi serviva questo è velocissimo passaggio su come fin dalla nostra nascita iniziamo a creare noi stessi nel e attraverso la relazione con gli altri. Gli altri sono essenziali per noi fin dall’inizio non solo per la sopravvivenza fisica ma anche per il corretto sviluppo psicologico ed emotivo.
È dunque naturale che in età adulta troviamo modalità adeguate a vivere con gli altri, in relazione a loro e coerentemente con loro. Quindi mostrando di volta in volta in base alla situazione alla relazione gli aspetti di noi che in quel momento sono adeguati. L’identità si fonda proprio sulla consapevolezza di essere sempre noi nonostante i mutamenti fisici, temporali, i mutamenti di ciò che presentiamo agli altri.
Quando le maschere e i ruoli sono utili e quando possono diventare patologici?

La maschera a mio avviso può essere molto utile quando diventa espressione di un ruolo ovvero quando ci consente di espletare una funzione sociale.
La differenza tra ruolo e funzione: il ruolo è uno schema definito di comportamenti e attitudini identificabile e attribuibile ad uno specifico modello di comportamento sociale; la funzione invece riguarda l’obiettivo che è un determinato ruolo è chiamato raggiungere, il fine per il quale quel ruolo viene mantenuto all’interno di una società.
In questo senso per esempio Brutti e Parlani distinguono la funzione paterna dal ruolo paterno, rilevano come la funzione paterna abbia una direttrice metastorica ovvero fuori del tempo e il ruolo invece, quindi il modo in cui la funzione si mette in atto l’insieme dei comportamenti degli atteggiamenti, risentono e siano strettamente legati all’epoca e alla cultura.

Ovviamente l’utilità di mostrare solo alcune parti di sé e non altre in specifici contesti e tenendo conto del contesto e delle persone che ci sono di fronte a noi, quindi l’utilizzo di una sorta di maschera per relazionarci al mondo abbiamo visto è fondamentale.
Non possiamo mostrare tutto a tutti.
La presenza di ruoli definiti ma elastici all’interno di una società è altrettanto fondamentale per mantenere le funzioni sociali che quei ruoli contengono, questo vale per tutte le strutturazioni sociali (famiglia, azienda, scuola)
Se ciascuno conosce e mette in atto elasticamente il suo ruolo e riconosce e rispetta quello degli altri, le cose funzionano altrimenti le cose non funzionano non si raggiunge l’obiettivo.
Quindi saper utilizzare consapevolmente maschere e ruoli è non solo utile ma necessario per vivere con gli altri.
Quando il rapporto con le nostre maschere e i nostri ruoli non è ben consapevole o volontario allora si possono generare delle patologie.
Il testo da cui siamo partiti per tutto questo volo su come all’ interno della psicoanalisi si possano leggere le maschere e i ruoli, nasce proprio dalla eccessiva rigidità della maschera o del ruolo, da una conflittualità che l’individuo vive nell’assunzione del suo ruolo, oppure dalla utilizzo di una maschera per riuscire a vivere.

Accenno brevemente ma senza approfondire quelle che sono le maggiori patologie psicologiche collegate a una gestione conflittuale tra ciò che siamo e ciò che mostriamo: la prima è quello che Winnicott ha descritto come falso sé ovvero una modalità di relazione con il mondo che a causa di una mancata sintonizzazione nello sviluppo porta la persona a fondare la propria identità sulla condiscendenza gli altri senza la possibilità di accedere a quelle che sono i propri reali bisogni e desideri.
Più gravi sono i disturbi veri e propri dell’identità che possono essere di diverso tipo e derivano quasi sempre da una dissociazione interna tra gli aspetti emotivi e cognitivi.